«Il Sacerdote è votato al celibato, non perché nella procreazione umana vi sia qualcosa di male, ma perché egli deve potersi dedicare interamente a una forma più altra di generazione: la generazione di nuovi figli in Cristo, portando a Lui quelli che non lo hanno mai conosciuto, riportando a Lui quelli che si sono perduti col peccato, suscitando in quelli che già amano il Cristo l’attrattiva a servirLo con maggior completezza come Religiosi e Sacerdoti. L’energia che altrimenti egli metterebbe a servizio della carne non è frustrata, ma messa a servizio della casta generazione dello Spirito. Troppo spesso il voto di castità è presentato sotto un aspetto negativo, come impegno di evitare i piaceri sensuali e peccaminosi. Forse che l’acqua è pura solo per l’assenza di sudiciume e un diamante è bianco per semplice mancanza di carbonio? A volte la castità è definita fredda, ma tale non è per Francis Thompson, che la proclama una “passione senza passione, una tranquillità eroica”. La castità è fuoco. Nessuna vita può essere prodotta senza fuoco. Persino la Concezione Immacolata della Vergine ebbe il suo fuoco: non fuoco umano, s’intende, ma il fuoco dello Spirito Santo. In quel momento ella fu indubbiamente rapita in estasi, ma era un’estasi dell’anima superiore all’estasi della carne di tutti gli esseri umani messi assieme. Perché tale è la gioia di generare mediante il puro Amore dello Spirito»

Ven. mons. Fulton John Sheen

(Il sacerdote non si appartiene, Fede&Cultura, pag. 65)

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In realtà non ho fatto altro che chiamare a raccolta i miei (pochi) neuroni e dire loro: ragazzi, basta oziare e pensare all’Inter, al basket e al rugby; mettetevi all’opera. È così che mi sono convinto che in Amoris laetitia c’è un’allarmante tendenza a giustificare il peccato e a lasciar intendere che il comportamento moralmente sbagliato può essere addirittura quello che Dio richiede in date circostanze.

Aldo Maria Valli (25-09-2017)

«Siamo in pieno modernismo. Non il modernismo ingenuo, aperto, aggressivo e battagliero dei tempi di Pio X, no, il modernismo d’oggi è più sottile, più camuffato, più penetrante e più ipocrita. Non vuol sollevare un’altra tempesta, vuole che tutta la Chiesa si ritrovi modernista senza che se ne accorga. […]

La tradizione è ammessa anche dal novello modernismo, ma conseguente alla Scrittura, originata dalla Scrittura e dal magistero, che in origine ebbe per oggetto solo la Scrittura. Il Cristo si salva nel modernismo ma non è Cristo storico; è un Cristo che la coscienza religiosa ha elaborato perché una figura umana, ben delineata e concreta, facesse da supporto ad esperienze religiose che non potevano essere espresse nella loro ricchezza e intensità per via di puri concetti razionali ed astratti. […]

Così il Modernismo d’oggi salva tutto il Cristianesimo, i suoi dogmi e la sua organizzazione, ma lo svuota tutto e lo capovolge. Non più una Religione che venga da Dio, ma una Religione che viene direttamente dall’uomo e indirettamente dal divino che è nell’uomo».

Mons. Luigi Carlo Borromeo (1893-1975). Diario, 3 dicembre 1962.

«C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: “Quando il Figlio dell’Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?”. Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia»

Beato Papa Paolo VI

(7-IX-1977. Da: “Paolo VI segreto”, Jean Guitton, 1979, Ed. San Paolo).

«Gli scandali dei membri della Chiesa sono un segno della sua vita, poiché le malattie non colpiscono le statue o le figure dipinte, ma gli esseri vivi. Nella sua anima la Chiesa è invece immacolata, santa, senza macchie e senza rughe.

Le sette che sono un corpo senza vita, hanno spesso un volto incipriato e dipinto, si gloriano della loro apparenza, ma vanamente. Un fiore soverchiamente manierato e simmetrico, è un fiore artificiale, senza profumo e senza vita, mentre quasi sempre il fiore sbocciato da una pianta viva, ha qualche petalo che cade, o qualche foglia intristita dal gelo. La Chiesa non è una vetrina di fiori artificiali, belli solo in apparenza; è un giardino fecondo dove cresce il germe cattivo con quello buono, fino alla raccolta e alla mietitura.

Non ci scandalizziamo dunque quando veniamo a conoscenza di Sacerdoti cattivi o di membra guaste della Chiesa, piuttosto pensiamo noi a consolarla nei suoi dolori con la nostra virtù.

La Chiesa in mezzo alle sue pene dà a Dio le anime privilegiate, formate esse pure dall’angustia e dal dolore; fioriscono in Lei per la lotta fra il bene ed il male gli atti più vivi di amore, le riparazioni, l’apostolato, la virtù. Germinano in Lei i gigli candidi della purezza, i fiori vermigli del martirio, e le gemme profumate della carità in mezzo all’uragano che vorrebbe sradicare da Lei ogni vita, come germinarono dal Corpo piagato del suo Redentore i fiori dell’amore, della riparazione e della vita che salvò il mondo.

Persuadiamoci che la Chiesa è guidata da una specialissima Provvidenza di Dio, e che ogni male in Lei è utilizzato come concime delle piante buone. Essa è tutto un ricamo ammirabile della grazia, dove, proprio come nel ricamo; ci sono anche dei vuoti, che fanno risaltare la bellezza dell’insieme. Giudicarla a modo umano, significa non intendere nulla della sua divina costituzione, significa smarrirsi nelle conclusioni più stolte e più menzognere».

Don Dolindo Ruotolo

«Bisogna pensare che l’uomo vive in una triplice dimensione: fisica, psicologica e spirituale. La dimensione di una vita puramente fisica ci fa schiavi della natura e di tutte le sue esigenze: freddo, caldo, malattie,istinti, morte. La dimensione psicologica ci fa soggetti agli alti e bassi dei sentimenti e delle impressioni. Non siamo mai totalmente liberi. Ma, se viviamo nella dimensione spirituale, l’anima trascende se stessa e raggiunge Dio. Questa è la vita di una pura fede, che non si appoggia che su Dio. È la vita di una speranza infallibile, che non cerca altro appoggio che Lui. È la vita di una carità senza limiti, che non si arrende di fronte al male. In questa dimensione, nessuna prova può turbare l’anima e toglierle l’intima pace. Può essere una pace “nera” come la chiamano i mistici, perché sul piano fisico e psicologico l’anima può sentire l’abbandono e la prova, ma essa non si arrende. Vive una pace che trascende ogni pena»

Don Divo Barsotti

«“Non bisogna essere manichei”. Il manicheismo consiste nel credere all’esistenza di due princìpi assoluti, due dèi, uno del bene e uno del male; il manicheo non crede quindi al Dio buono, creatore di tutto, né alla sua vittoria finale. Questa è un’aberrazione da condannare. Definire manicheo invece chi vuol distinguere tra il vero e il falso, tra il buono e il cattivo, tra il giusto e l’ingiusto, tra ciò che è conforme alla volontà di Dio ed è perciò da seguire, e ciò che è difforme ed è perciò da respingere, è un modo truffaldino di combattere il cristianesimo dandogli prima una falsa e infamante etichetta».

Giacomo card. Biffi (1928-2015)

(“La bella, la bestia e il cavaliere. Saggio di teologia inattuale”, 1984)

«“Bisogna guardarsi dai profeti di sventura”. Se la frase vuol dire di evitare coloro che tentano di uccidere le ragioni della speranza cristiana – tra le quali emergono l’esistenza di Cristo vivo e Signore, e l’inalienabile bellezza della Chiesa – allora è giusta e da approvare. Se vuol dire che bisogna sempre dire a tutti i costi e per tutte le circostanze che tutto va bene, allora è smentita dalla parola di Dio. Di solito i veri profeti sanno annunziare anche il dolore e sanno denunziare il male; gli annunziatori di facile allegria, di tranquillità senza lotta, di immancabile benessere, nella Bibbia sono i falsi profeti (cfr. Ger 14,13-16; 23,17; 27,9-10)»

Giacomo card. Biffi (1928-2015)

(“La bella, la bestia e il cavaliere. Saggio di teologia inattuale”, 1984)

«“La Chiesa deve diventare credibile”. Così come suona, il concetto è mal formulato e inaccettabile, perché fa delle esigenze e delle persuasioni degli uomini il metro per giudicare l’azione e la realtà dei cristiani, mentre l’unico metro resta il Signore Gesù e la sua verità. La Chiesa deve sforzarsi di essere sempre più credente; in tal modo diventerà sempre più credibile agli occhi dei non credenti ben disposti, che ricercano la verità, e sempre più incredibile agli occhi dei non credenti che non hanno nessuna voglia di credere».

Giacomo card. Biffi (1928-2015)

(“La bella, la bestia e il cavaliere. Saggio di teologia inattuale”, 1984)

«“Bisogna guardare più a ciò che ci unisce che non a ciò che ci divide”. Questo principio vale solo in proporzione alla vastità e all’importanza di ciò che ci unisce e all’esiguità di ciò che ci divide. Quando si ha la stessa fede nella Trinità, in Cristo, Figlio di Dio, crocifisso e risorto, nella vita eterna, è del tutto insipiente litigare su quando e come vada cantato l’alleluia. Ma quando la divisione verte sulle questioni sostanziali, il volerla accantonare e quasi dimenticare vuol dire snaturarsi nel profondo e perdere la propria identità; così l’ecumenismo diventa davvero, come amaramente è stato detto, una “comune apostasia”».

Giacomo card. Biffi (1928-2015)

(“La bella, la bestia e il cavaliere. Saggio di teologia inattuale”, 1984)